Grandangolo su Salerno

LA REGOLA DEL SILENZIO

Sarà un caso che abbia visto uno dopo l’altro il film di Robert Redford “La regola del silenzio”, pellicola che tratta il tema dei militanti reduci della formazione politica della sinistra americana “Weather Underground”, e quello di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”: le similitudini tra le due pellicole sono parecchie e mi aiutano a tirare il filo di una critica a questi prodotti culturali che affrontano il tema dei conflitti dei decenni 60-70 del secolo passato.

La voglia di esorcizzare lo spettro del conflitto è un maledetto classico della cinematografia più recente, soprattutto in Italia, ma anche in America si operano strategie culturali altrettanto aggressive di celebrazione del potere.

Pensiamo ad un film precedente di Giordana, “La meglio gioventù”, dove è un fiorire di revisionismo storico con la famiglia stile “Mulino Bianco” i cui membri che affrontano il conflitto o diventano pazzi o muoiono: la donnina gentile che improvvisamente diventa una feroce brigatista rossa e non si cura più del marito saggio responsabile e democratico impersonato da Locascio (l’attore sembra appena uscito dal set dei “Cento passi” ma con Impastato che da Democrazia Proletaria si è appena iscritto al PDS di Occhetto).

Anche nel film di Redford il richiamo alla dinamica conflitto politico-distruzione dei legami familiari è pesante.

Addirittura i reduci dei Weathermen si palleggiano le condanne da scontare a seconda di chi abbia i figli o meno: “tu non tieni la bambina quindi puoi andare in galera”: è questo il senso di tutto il pastone hollywoodiano.

Del resto anche in un’opera fondamentale della letteratura statunitense come “Pastorale americana” di Roth c’è il richiamo alla psicanalisi per cui la militante dei Weathermen deve per forza avercela coi genitori altrimenti non si spiega perché sia “impazzita”.

Ovviamente il riflusso degli anni ottanta è alle porte e salva tutti i registi e gli intellettuali dal doversi lambiccare troppo il cervello sul perché di questo impazzimento collettivo e talvolta ai combattenti dell’epoca viene anche reso sulla scena l’onore delle armi.

Nella prima parte del film di Redford, infatti, una splendida Susan Sarandon interpreta a dovere la fierezza dei pochi militanti americani che gettarono le loro vite nel generoso tentativo di fermare il genocidio perpetrato dagli USA in Vietnam.

A posteriori, da un punto di vista etico, i Weathermen sono stati degli eroi del Novecento e tutto quello che riguarda la loro strategia e il problema della violenza passa in secondo piano.

La Sarandon da militante appena arrestata dopo trent’anni di latitanza dice una cosa tipo “avevamo ragione ma abbiamo sbagliato”.

Nel film non emerge con la dovuta nettezza la strategia dei Weathermen di piazzare ordigni esplosivi senza fare vittime e quindi per un momento si viene risucchiati nell’eterno ricatto del dibattito violenza-nonviolenza che, di fronte all’osceno massacro del Vietnam, è una cosa veramente ridicola e offensiva. Redford, invece, chiude l’esorcismo nei confronti dello spettro del conflitto con il richiamo agli affetti della famiglia borghese.

I militanti avrebbero fatto bene a rimanere coi loro cari e a non rovinare le vite dei poveri bambini.

Ovviamente le donne in cucina e i maschi a fare la carriera nelle professioni rispettabili.

La morale è dunque la solita, il fantasma del conflitto è una brutta bestia che non fa dormire la notte, anche a distanza di decenni, centinaia di scrittori produttori e sceneggiatori degli Studios hollywoodiani e quando si scende in campo contro il Leviatano occorre avere una  definitiva vittoria sull’avversario anche per salvare la propria memoria.

Come diceva Walter Benjamin «Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince.

E questo nemico non ha smesso di vincere».

Luigi Narni Mancinelli

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