Grandangolo su Salerno

Gli studenti italiani studiano troppo o troppo poco?

Sono passati pochi mesi dalla presentazione del rapporto “La buona scuola” da parte del governo Renzi e poco più di due dalla fine dalla consultazione aperta su di esso, che ha visto indubbiamente una larga partecipazione. D’altronde non poteva essere diversamente, dal momento che, come abbiamo detto in  sede di presentazione di questa pagina, la scuola è uno degli argomenti più sentiti, e altresì quello su cui in Italia pressoché chiunque è pronto a ragionare e a dare pareri.

Del rapporto è stato detto che forse parlava un po’ troppo dei docenti, del loro reclutamento e della loro carriera, e un po’ poco degli studenti, ovvero “di ciò che si impara a scuola”, per usare le stesse parole del documento renziano, che prometteva appunto di “ripensare” ciò che s’impara a scuola.

Qualcuno ha anche ironizzato sul fatto che questo ripensare sembrava suggerire che gli studenti italiani studiassero poco. Il rapporto, infatti, prefigurava più di aggiungere che di ripensare. Nel documento “La Buona Scuola” era, infatti, previsto il rafforzamento o l’introduzione di ulteriori discipline, quali Musica nelle scuole primarie, Storia dell’Arte e Disegno nel biennio del 2° ciclo, Educazione motoria in particolare nella primaria. Ancora, si lanciava quella che era definita la sfida della nuova alfabetizzazione, ora estesa a nuovi ambiti e nuovi linguaggi: Lingue straniere, Coding, Economia.

Non era chiarito compiutamente come questa intenzione dovesse trovare applicazione, ma l’impressione che sembrava emergere dal testo del documento governativo era appunto che ciò dovesse avvenire con l’aggiunta di queste materie nei piani di studio e, quindi, con un incremento di ore.

D’altra parte che gli studenti italiani studino poco poteva anche essere un dato con un suo fondamento per così dire oggettivo, guardando ai risultati di programmi d’indagine internazionale di rilevazione degli apprendimenti. La più nota di queste indagini è il programma PISA (Programme for International Student Assessment), promosso dall’OCSE, nato con lo scopo di valutare con periodicità triennale il livello d’istruzione dei 34 paesi membri, praticamente tutti i principali paesi sviluppati.

L’ultima rilevazione PISA è del 2012 e ha testato le competenze degli studenti 15‐enni nella comprensione della Lettura, nella Matematica e nelle Scienze. Essa consente un ampio confronto internazionale con gli altri paesi dell’area. L’Italia ha conseguito una performance peggiore della media OCSE, solo leggermente migliore rispetto alle indagini precedenti. Fra i paesi OCSE, per la Lettura ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Cile, Grecia, Islanda e Messico, vi si aggiunge Israele nelle Scienze. In Matematica ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Svezia, Ungheria, Israele, Grecia, Cile e Messico

Eppure è difficile sostenere che in Italia si studi poco se guardiamo al monte ore di lezioni obbligatorie. In particolare non è così per la scuola secondaria superiore, il segmento cui afferiscono i nostri studenti quindicenni oggetto dell’indagine PISA.

Piuttosto quello che sorprende comparando l’Italia ad altri paesi europei è l’eccessiva rigidità dei curricoli, in cui lo spazio per l’opzione e la personalizzazione dei percorsi è minimo e sostanzialmente insignificante. La flessibilità prevista dall’autonomia è difatti sostanzialmente impraticabile, dovendo operare a “invarianza di organico” per ogni disciplina. Che significa questo? Significa che se il curricolo prevede sette docenti d’informatica io non potrò averne otto, neanche rinunciando ad un docente di un’altra disciplina.

In questo contesto l’aggiunta al piano di studi di altre materie obbligatorie costituirebbe un ulteriore elemento di appesantimento e rigidità. Un esempio di questo rischio lo abbiamo avuto proprio nell’anno in corso. Il riordino del 2° ciclo d’istruzione, infatti, prima ancora di pervenire a regime, è già stato interessato da una modifica determinata dal DL 104 del 2013. Con questa norma è stato introdotto, dove non già presente, l’insegnamento della Geografia nel 1° biennio del 2° ciclo d’istruzione. La disposizione, pur ispirata da un intento lodevole, quello d’introdurre uno studio ritenuto rilevante, ha determinato l’appesantimento di un piano di studi che presentava un orario complessivo già piuttosto gravoso, per giunta nelle prime classi. Così, ad esempio, nelle prime classi degli istituti tecnici del settore tecnologico si è arrivati a ben 33 ore settimanali di lezione. Ma al di là dell’aspetto esclusivamente temporale del monte ore probabilmente sovrabbondante, non si può non sottolineare anche la frammentazione in un numero eccessivo di discipline: sempre rimanendo all’esempio citato, nelle prime classi degli istituti tecnici del settore tecnologico si arriva ora a 13 materie e a consigli di classe formati da 16 docenti, dove diventa difficile un’azione didattica coordinata e coesa. Nel “ripensare” ciò che s’impara a scuola, l’obiettivo, pertanto, dovrebbe essere piuttosto opposto: semplificare, limitare il numero di discipline obbligatorie, soprattutto nella fascia dell’obbligo d’istruzione, quindi comprendendo anche il primo biennio del 2° ciclo, guardando all’obiettivo in termini di competenze e non di giustapposizione di saperi nozionistici.

Un rimedio alla rigidità dei piani di studio può allora trovarsi ispirandosi ai modelli scolastici di quei paesi che nelle rilevazioni internazionali si collocano ai primi posti: per esempio la Finalndia, che nelle rilevazioni OCSE PISA è nei primissimi posti, dove i curricoli sono organizzati in modo da offrire agli studenti la possibilità di organizzare in modo autonomo il proprio percorso di studi attraverso la scelta delle discipline da seguire, inclusa la possibilità che parte dell’istruzione venga impartita da altri soggetti educativi.

Le indicazioni verso una maggiore flessibilità dei percorsi scolastici che sono venute da più parti nella consultazione promossa dal governo sulla “buona scuola” sembrano aver trovato ora una sponda nel governo, impegnato nel redigere il pacchetto di provvedimenti che fa seguito alla consultazione.  L’idea, stando ad alcune dichiarazioni apparse sulla stampa della senatrice Puglisi, responsabile scuola della segreteria PD, sembra essere quella di prevedere un curriculum dello studente, formato da una parte obbligatoria per tutti e una parte opzionale a scelta dello studente.

Che sia dunque arrivata l’ora della fine per piani di studio sovraccarichi e per così dire omogeneizzati? Omogeneizzati, come le pappine dei bambini, che hanno tutte lo stesso sapore, solo l’etichetta ci spiega di cosa si tratti: pollo, manzo, frutta, nel nostro caso licei, tecnici, professionali, tre versioni solo apparentemente distinte di un modello pedagogico sostanzialmente unico. L’introduzione di una quota di discipline opzionale potrebbe essere la chiave non solo per superare la rigidità interna dei curricoli, ma anche per differenziare tra loro percorsi sin qui troppo omologati.

La chiave di volta non può che essere mettere al centro dell’attenzione lo studente. Per rinnovare la scuola non basta elaborare linee guida metodologiche sempre ben fatte, anche se talvolta un po’ velleitarie, se esse si accompagnano a piani di studi che, anziché elaborati in  funzione degli studenti, sembrano determinati dalle esigenze di gestione del personale.

Nicola Annunziata

* La fotografia dell’Istituto San Leone Magno risale al periodo durante il quale anche il Presidente Sergio Mattarella frequentava l’Istituto

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