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DA DOVE HA INIZIO L’IGNORANZA DEGLI ITALIANI?

Un sondaggio internazionale condotto dall’agenzia inglese Ipsos Mori in 14 Paesi a più alto reddito, dal titolo “L’indice di ignoranza” vede gli italiani ingloriosamente primi, preceduti da Usa, Corea del Sud, Polonia, Ungheria, Francia, Canada, Belgio, Australia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Germania, Svezia, la nazione con il più alto livello di informazione.
Qualche esempio delle risposte date dà, con evidenza sconcertante, il livello di ignoranza che gli italiani hanno di fatti della vita sociale ed economica del Paese.
Alla domanda “Quanti sono i musulmani residenti?”, la risposta degli italiani è stata del 20% della popolazione, laddove in verità sono il 4%. Alla domanda sul numero degli immigrati, gli italiani intervistati hanno dato in risposta 30% , ed in effetti sono il 7%. Ancora più grave il livello di ignoranza a proposito del numero dei disoccupati. La risposta, del 49% , è lontana dal dato effettivo del 12%. Un altro quesito con risposta assurda è quello sui cittadini con più di 65 anni. Secondo gli italiani intervistati, essi sarebbero il 48%, a fronte del dato reale del 21%.
Non è il caso di recuperare un’affermazione del filosofo Francis Bacon secondo il quale “il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza”, con la conseguenza logica che un Paese ignorante è un Paese destinato a rimanere debole. Appare necessario piuttosto individuare da che cosa sia determinato questo grado di ignoranza dei cittadini italiani, per poter individuare le soluzioni opportune.
Massimiliano Calì, in una nota su “lavoce.info” del 16 gennaio scorso, è andato alla ricerca delle correlazioni fra le conclusioni di questa indagine e alcune variabili esplicative. Escluso che vi sia una relazione statisticamente significativa con il reddito pro-capite dei singoli paesi, Calì è passato ad esaminare la possibilità che sia “la qualità dell’informazione a determinare quanto il pubblico sia informato sulla realtà nazionale”. Egli ha utilizzato l’indice della libertà dell’informazione giornalistica prodotto annualmente dall’associazione Reporters Without Borders, che, “oltre a misurare la libertà e l’indipendenza delle testate e dei giornalisti, prende in considerazione anche la trasparenza della regolamentazione dei media da parte del legislatore e dell’esecutivo e il grado di concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione”. La relazione fra le due classifiche, quella dell’indice di ignoranza e quello della libertà di stampa, pur negativa, è statisticamente molto significativa. Ed infatti l’Italia, la Polonia e la Corea hanno indici di libertà di informazione tra i più bassi e livelli di ‘ignoranza’ tra i più alti del campione.
Anche il numero di utenti internet determina una tendenza a più bassi indici di ignoranza, al punto che aggiungendo, oltre all’indice di libertà dell’informazione, “il livello di reddito pro-capite si raggiunge un potere esplicativo dell’80 per cento (con il coefficiente della libertà di informazione che rimane altamente significativo)”.
Può anche esser vero che le problematiche o le questioni di maggiore attualità siano talmente sentite, nel caso dell’Italia, da essere estremizzate nella loro portata, in maniera del tutto superiore ad una percentuale fisiologica che si registra in altri Paesi del mondo. Si ha, dall’esame dei risultati dell’indagine, la sensazione che questi aspetti condizionano fortemente l’opinione pubblica e le sue scelte, effettivamente inconsapevoli.
L’indagine di Calì però appare orientata a dar peso alla forte correlazione fra libertà dell’informazione e indice di ignoranza, che gli consente di formulare un’ipotesi parziale, ma convincente, su cosa determina il grado di informazione dei cittadini nei paesi ad alto reddito. La sua conclusione è che “quando il giornalismo non è pienamente indipendente dal potere politico ed economico e la legislazione che regola i mezzi di informazione non è trasparente, stampa, tg e nuovi media non informano i cittadini adeguatamente anche su temi sociali e politici di centrale importanza per la società”. E i danni non sono di poco conto, soprattutto perché il grado di informazione sulla realtà circostante è un elemento vitale per stabilire le priorità e aiutare i cittadini a valutare l’efficacia delle politiche pubbliche.
Ne consegue che, rebus sic stantibus, i media poco indipendenti hanno una gran parte della responsabilità di una ridotta capacità di comprensione dei temi del dibattito politico e sociale e quindi di efficace partecipazione alla vita politica. Alfonso Gambardella

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