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CENTRI DI ACCOGLIENZA SEMPRE PIU’ PERICOLOSI PER I MIGRANTI

Sandrine Bakayoko, venticinquenne perito informatico proveniente dalla Costa d’Avorio, è morta lunedì 2 gennaio in un centro di accoglienza per richiedenti asilo a Cona, in provincia di Venezia.

Sandrine stava male da giorni, ma quando finalmente sono stati chiamati i soccorsi era ormai troppo tardi.

Gli altri richiedenti asilo ospitati nella struttura hanno messo in atto una dura protesta per manifestare contro le pessime condizioni del centro in cui sono relegati, condizioni di sovraffollamento e di reclusione che hanno portato alla morte di Sandrine a causa del mancato pronto ricovero della donna.

Queste proteste hanno scatenato una reazione mediatica molto forte in tutto il paese, con la politica che pare avere appena scoperto le situazioni precarie nei centri di accoglienza cui si sommeranno, purtroppo, gli strascichi giudiziari conseguenti all’azione di protesta dei migranti, che sono indagati per reati molto gravi solo per aver voluto far venire alla luce una vicenda così drammatica.

Non è una novità, tra l’altro, che in seguito a proteste sacrosante per evidenziare le proprie condizioni disagiate nei centri di accoglienza i migranti subiscano immediate ripercussioni giudiziarie che portano spesso all’espulsione dall’Italia.

Occorre ricordare come queste persone, accolte dal generoso Occidente, siano in attesa della risposta alla domanda di asilo politico, attesa che si prolunga per diversi anni e viene rigettata nella stragrande maggioranza dei casi.

La natura di questi luoghi di accoglienza, di fatto, è estremamente ambigua, in quanto sono dei centri di permanenza temporanea, spesso anche inadeguati e sovraffollati, ma sono pure dei luoghi dai quali i rifugiati non possono emanciparsi e andare via per cercare una collocazione autonoma o continuare il proprio percorso di migrazione verso altri paesi europei.

Questo problema di fondo, la mancata libertà di circolazione attraverso i confini europei dei cittadini stranieri, provoca a cascata tutta una serie di problematiche legate tra loro nella doppia faccia della medaglia di accoglienza e reclusione, costruendo un sistema che è orientato principalmente all’espulsione dei migranti ed al rimpatrio coatto nei paesi di provenienza.

Non è un caso che il ministero degli Interni abbia recentemente deciso di raddoppiare il numero annuale di espulsioni dall’Italia, progettando di costruire di nuovo i Centri di Identificazione e di Espulsione in ogni regione d’Italia, aumentando i controlli dei documenti degli immigrati nelle operazioni di polizia e stringendo i rapporti bilaterali con i paesi africani per le deportazioni.

Nel frattempo, nei centri di accoglienza si continua a morire per mancanza di assistenza medica così come per disperazione: la vicenda di Sandrine non è purtroppo isolata, perché sono frequenti casi simili.

Solo per citare gli ultimi drammatici episodi: il 30 dicembre Simon, un trentenne del Ghana, è morto in un centro accoglienza a San Vittore (Frosinone), il 20 dicembre a Roccasecca (sempre in provincia di Frosinone) è morto un quindicenne egiziano.

Il 7 dicembre Antonio, un giovane angolano di 28 anni si è impiccato nel bagno del centro accoglienza di Via Fratelli Zoia a Milano.

A queste tristi storie vanno aggiunte tante altre di persone senza nome che cercano di sopravvivere in un paese che ha sì inizialmente dato ai migranti una promessa di “accoglienza”, ma non ha saputo dare loro la libertà.

 

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